Quando confondiamo il caso con il senso…
Ci colpiscono profondamente le storie di chi, per un contrattempo banale, ha evitato una tragedia.
Qualcuno si salvò l’11 settembre perché era in ritardo.
Un altro scampò al Titanic non salendo a bordo.
C’è chi è vivo solo perché ha dovuto cambiare scarpe, fermarsi a comprare dei cerotti… ed è arrivato tardi.
Da qui nasce una tentazione: pensare che ogni imprevisto abbia un significato.
Che ogni ritardo sia “divina provvidenza”.
Che la vita ci stia guidando con segnali nascosti.
Ma è davvero così?
O è la nostra mente che attribuisce senso dove c’è solo caso?
In realtĂ , la psicologia ci dice che questi pensieri sono fortemente influenzati da alcuni bias cognitivi:
🔹 Bias del sopravvissuto: ricordiamo chi si è salvato grazie a un evento casuale, ma ignoriamo chi ha avuto gli stessi contrattempi… senza lieto fine.
🔹 Bias retrospettivo (hindsight bias): una volta conosciuto l’esito, tendiamo a rileggerne le cause come ovvie o significative.
🔹 Illusione di causalità : colleghiamo due eventi (scarpe nuove → salvezza) anche quando non hanno un vero nesso.
🔹 Patternicity: il nostro cervello cerca schemi anche nel caos, perché l’ordine ci rassicura più dell’incertezza.
Dare un significato agli eventi può essere un modo sano per affrontare l’imprevedibilità della vita.
Ma non sempre è un segno di lucidità : a volte è un trucco della mente per sentirsi in controllo.
Quando diciamo “era destino”, spesso stiamo solo leggendo la realtà con gli occhi del senno di poi.
Allora forse vale la pena domandarsi:
Stiamo trovando un senso?
O stiamo solo cercando conforto?